Nella "Nuova arma (la macchina)", Morasso volle descrivere e dare un contributo morale al nuovo fenomeno del macchinismo industriale che si stava fortemente sviluppando in quegli anni, e che incuteva remore e timori all'opinione pubblica del tempo. Morasso voleva dimostrare che l'invenzione della macchina era la nuova opportunità di ripresa verso ideali mitologici che l'umanità aveva pian piano opacizzato nei secoli. Il mito della macchina compariva come nuova forza vincente, nello stravolgimento dei ritmi quotidiani della vita umana. Non deve apparire assolutamente strano come questo argomentare sia assolutamente attuale ancor oggi, senza dubbio attraverso una lettura attenta e capace di discernere tra gli attuali intendimenti tecnico - industriali e le scuole di pensiero innovative del periodo in cui il libro e' stato scritto.
E' quindi questo testo una completa trattazione di tutti gli elementi in cui la macchina nella sua concezione globale si e' affacciata, ed ha offerto il suo contributo alla trasformazione del mondo. L'autore inizia dall'analisi della variazione del ritmo della vita e del concetto di velocità (Parte I - "Il ritmo della vita") alla descrizione dello strumento comportante la velocità e le sue fragorose manifestazioni di forza (Parte II - "Lo strumento della velocità"), e ancora alla predizione della trasformazione della tecnologia della Macchina e delle future conquiste umane grazie ad essa (Parte III - "La velocità del domani"), sino a giungere alle parti che descrivono i riflessi dell'apporto tecnologico sulla società umana "Il visitatore del Mondo" cioè una rianalisi del concetto di viaggio, in senso moderno (Parte IV), una riflessione attenta ed importante del modo di idealizzare e decantare la macchina e la tecnologia attraverso il mezzo della parola, della letteratura (Parte V - "Le idealità e la macchina"), sino a giungere al capitolo rappresentante la figura dell'uomo nuovo conquistatore del mondo, attraverso il macchinismo industriale "il Wattman" (Parte VI - "L'uomo della velocità").
Nella prima parte ritroviamo che il nuovo concetto della velocità' apportato alla macchina, il parossismo della frenesia nella vita moderna, abbiano intaccato anche la psicologia dell'uomo: <<... L'uomo moderno nella maggior parte delle sue azioni, persino quelle relative alla intimità dei suoi affetti, sembra che non abbia altro di mira se non di far presto, di far tutto con la massima rapidità, (...) di fare oggi in cinque minuti cio' che ieri faceva in dieci. (...)>> Addirittura nel capitolo :"La legge di equivalenza delle velocità", si arriva al motivo primario della ricerca della felicita' attraverso l'aumento della velocità quale strumento per raggiungere la felicita', eterna fuggitiva dell'animo umano. Questo primo postulato si approfondisce successivamente mettendo un punto fermo a tutta la struttura del testo: la velocità come parametro fondamentale, sia espressivo / psicologico, che tecnico / ingegneristico, dell'espressione macchinistico - industriale.
In questo contesto Morasso non dimentica assolutamente di chiarire come la fattispecie umana possa comportarsi socialmente secondo regole legate al proprio istinto naturale, che influenzano fortemente l'uso delle nuove conquiste della tecnica. Morasso spiega: <<... Si può senza restrizioni concludere che il risparmio del tempo e l'abbreviazione dello spazio, il che non vuole sempre dire la diminuzione dello sforzo, stanno omai fra le supreme finalità della nostra esistenza. (...) La casa istessa che noi abitiamo ne e' già la prima testimonianza, con i suoi ascensori che in un attimo ci sollevano fino al tetto, con i suoi apparecchi di riscaldamento, di illuminazione che consentono di effettuare in pochi istanti le effettive funzioni, con i suoi campanelli elettrici che sembrano bruschi richiami ad ogni indugio, con i suoi apparecchi telefonici che sopprimono la distanza fra noi e molte delle persone in cui siamo in relazione, che aprono la nostra dimora immediatamente a tutte le voci del mondo...>> . Questo non e' che il prologo a tutto il senso concettuale "morassiano" verso la macchina, portatrice della velocità' strumento utilizzabile dall'uomo per conquistare il mondo. Su questo timbro discorsivo, l'autore attualmente, e' anacronistico e può far sorridere, in quanto ricorda, attraverso una visione trionfalistica, attraverso tutta l'onnipotenza della forza estetizzante del macchinismo, il mito del superuomo simbolo del "dannunzianesimo" e della filosofia modernizzante dei Futuristi. Ma egli seppe superare tale contesto e farsi portatore di una lungimiranza che forse solo oggi riusciamo a comprendere rivisitando questo testo. Morasso non si ferma certamente all'uomo rimitizzato che si appresta a sfidare la nuova potenza micidiale da lui creata, soggiogando coraggiosamente, a costo della vita, questa forza apparentemente incontrollabile.
Morasso tiene conto anche di tutti gli eventi sociali e tecnici in evoluzione. La tecnologia si evolve trasformando la struttura e la fisionomia delle macchine, migliorandone le prestazioni mantenendo il servizio originale per cui erano state inventate: << ... Già i primi treni elettrici si irradiano dalla industre e prospera Milano a una velocità normale di novanta chilometri all'ora, limite massimo dei treni trascinati da vaporiere, e arrivano a centoventi e più chilometri. E siamo appena all'inizio! (...) Finora con gli sforzi piu' disperati la locomotiva ardendo e strepitando, ampliandosi smisuratamente non si lascia sopraffare, ma domani forse eroicamente si sfascerà per il suo impeto eccessivo, o irremissibilmente sarà lasciata addietro...>> Si nota fortemente una capacita' storica di chiarire i passaggi della modernità, di vedere avanti, di saper prevedere il procedimento della storia dell'Industria, delle future "rivoluzioni industriali" : << ... E con la supremazia del motore elettrico possa instaurarsi la supremazia d'Italia dalle limpide e copiose acque sui paesi del carbone! ...>> . Preveggenza che si ripercuote secondo una visione sociologica della macchina: << (...) credo che le macchine di ogni sorta continuamente moltiplicantisi che lavorano a noi d'intorno, macchine che centuplicano, che accrescono indefinitamente lo sforzo umano, che sostituiscono l'uomo in molte funzioni, che sovente anzi compiono opere impossibili all'uomo, che versano in pochi istanti torrenti di ricchezza, che dissodano la terra e illuminano le notti, costituiscano un insieme di energie ben più valide di quelle di una popolazione che si somma a milioni di individui, siano anzi una popolazione novissima generata dal cervello dell'uomo, una popolazione metallica, dura, incorruttibile, che ha i suoi bisogni e le sue doti, che richiede leggi e costumanze speciali, suscettibile quindi di dominio e che costituisce una forza incalcolabile nelle mani del suo nuovo signore ... >> .
La macchina riesce addirittura a trasformare i rapporti sociali, dei quali Morasso non ne ignora l'importanza: << (...) i grandi condottieri di operai, di forze meccaniche e di miliardi di franchi debbono combattere una battaglia perpetua, una battaglia che non ha un campo determinato, ma che folgora per il mondo, una battaglia nell'invisibile contro un nemico ignoto, sparpagliato per ogni dove, lottante con tutta la disperazione di chi si avventa per la propria fortuna, una battaglia che si combatte non al suono dei tamburi, delle trombe e dei pifferi, ma al sibilo delle sirene dei piroscafi, all'urlo delle locomotive, al tintinnio del telefono, al battito secco del telegrafo, al comando austero dell'Ingegnere o al grido rauco dell'agente di cambio (...) >>. E per contro, "l'inno alla moltitudine operaia":<< ... Voi che agitate con le mani
esperte e ardite i magli colossali che precipitano come valanghe, voi che movete le gru dalle lunghe e inflessibili braccia che potrebbero schiantare il cuore dentro a una montagna di bronzo, voi che dirigete i trapani, le perforatrici e tutte le altre macchine che si insinuano nell'acciaio come nella cera, che sembrano investigare fra la più ostinata contrarietà della materia il suo segreto profondo, come un chirurgo il mistero del morbo, voi che con gli occhi che sfidano la vampa e con i corpi che non temono l'incendio vigilate i forni immensi, voragini primeve del fuoco, ove ribollono laghi di metallo incandescente, voi infine fierissimi fucinatori, veri guerrieri del fuoco, che con gli aspri uncini branditi come lance e come clave, fucinate il cannone per la strage e la rotaia per la corsa, voi tutti fumidi e membruti soldati della nuova conquista, travagliati e temprati dal fuoco e dal ferro, (...) per queste sovranità industriali non vi e' più ansietà che il trono rimanga vagante, le stirpi che vi aspirano sono giovani e numerose, sono sorte da ieri con le loro energie anelanti. Si, le strema la tensione assidua, ma altre continuamente si presentano e si rinnovano. Voi guardate al nuovo capitano, obbedite alla sua disciplina, proseguite fidenti e sicuri nell'ardua opera.(...) Stringetevi pure tra voi in patti solidali, richiedete ciò che vi spetta, ma consigliatevi tra voi nel vostro senno retto ed educato dal lavoro, e parlate voi con chi vi sta a capo (...) >> .
E come non tenere quindi in conto l'educazione del giovane moderno, fulcro futuro della nuova civiltà industriale: <<(...) il giovane moderno cosi' trasformato dalla furia immensa e complessa della civiltà, così educato ed irrobustito dalla macchina, capace di funzioni tanto ardue e varie, in cui i più valentuomini di un secolo addietro avrebbero perduto la testa, capace di domare e di guidare un terribile mostro di ferro e di fuoco, mistero e spavento dei padri tranquilli, e di compiere poi il lavoro più sottile e paziente dell'artefice o del finanziere (...)>>.
Ma la preveggenza e la capacità dell'autore di dedurre l'evoluzione della tecnica, va ben al di là di ogni ipotesi del tempo in cui il libro fu scritto : << ... Dove un'esile quantità di energia è passata, ne passerà, adattando le condizioni, una più ingente, e così di seguito. Venti anni or sono anche sul filo di rame non trascorreva che il tenue impulso atto a far deviare la lancetta dell'apparecchio telegrafico, oggi vi trapassa un tale impeto enorme che può muovere tutti gli opifici di una regione, porne in moto le ferrovie ed inondarla di luce. E lo stesso risultato si otterrà col progredire dell'apparecchio con il quale oggi si telegrafa senza fili, così che noi possiamo già prevedere un non lontano avvenire in cui dentro zone, dentro laghi elettro-dinamici dagli invisibili confini aerei, tutte le macchine che lavorano per l'uomo si muoveranno come per un occulto comando, per un irradiamento impalpabile di energia alimentatrice che tutte le investirà, le penetrerà e le animerà.(...) Vedremo così lampade che si accenderanno da sole, tramways, carri, automobili che cammineranno a velocità pazze, senza motore, senza alcun contatto donde assumere l'energia occorrente. (...) E sarà soltanto allora che ci sarà dato di vedere l'uomo, (...) navigare nell'atmosfera sopra un meccanismo nuovissimo, di una leggerezza straordinaria, di una forza poderosissima che gli sarà appunto consentita dal fatto che egli non dovrà portare con se' alcun motore, ma accoglierà dall'intorno gli effluvii di energia che gli verranno continuamente inviati, come soffi rinnovatori di vita da qualche lontano, trasformato e ampliato apparecchio trasmettitore... >> .
Ma le predizioni non finiscono qui e Morasso si avventura addirittura oltre i confini della Terra, immettendo una fiducia nell'avvenire della tecnica, fortemente positiva: << ... Egli guarderà con gli occhi paurosi e luminosi il piccolo strumento dalle sottili leve, dalle esili ruote, dal meccanismo fragile e delicato, diventato improvvisamente grande, immenso al contatto dell'infinito; si guarderà d'intorno inebriato ed esaltato quasi ad intuire la bocca che affido' agli echi insondabili del cielo la divina parola, la mano che lancio' nelle sconfinate solitudini cosmiche il segno miracoloso di vita. (...) Ed invero in quel giorno l'uomo per la prima volta (...) avrà compiuto materialmente ed effettivamente, ciò che neppure aveva potuto intuire la più tardiva ipotesi del filosofo, egli avrà spezzato l'incanto che lo teneva costretto nella Terra, che lo faceva cittadino di un dominio donde neppure col pensiero egli poteva uscire. Per la prima volta in quel giorno l'uomo potrà spingere il suo sguardo e la sua anima positivamente oltre il consueto insormontabile confino, come se il soggiorno e il dominio umano si fossero realmente ampliati oltre la Terra, fino a tutto l'universo...>>. E' chiaramente evidente la capacita' intuitiva dell'autore di coniugare l'evoluzione tecnologica con i benefici sociali e psicologici acquisiti dall'essere umano.
Ma Morasso, non si limita a presentarci il nuovo mondo della macchina secondo una visione socio-storica, se così fosse, questo testo sarebbe mutilato, deformato nella sua essenza primaria; l'uomo e' inserito nel nuovo contesto industrial-tecnologico, l'artefice e l'ideatore di nuovi strumenti per propagare la sua grandezza sino all'inverosimile. Quindi, tutta un'interessante serie di considerazioni legate all'arte della descrizione tramite la parola, nel nuovo contesto generato dalle innovazioni tecnologiche e industriali, vengono fatte notando la presenza di una forte influenza d'annunziana: <<... Il poeta nella sua grande recente canzone ha illuminato l'olimpo con una nuova musa - l'Energia. - L'industria, siccome nelle remote albe l'eroismo, ha apprestato la materia per i futuri miti, per la nuova epopea.(...) E il poeta dei secoli venturi ricanterà dei mostruosi titani figli dell'uomo che nei secoli passati correvano le terre ed i mari, lanciando fiamme e fulmini, sollevando la terra e le onde, seminando la ricchezza e la strage, soffiando fiamme ed emettendo ruggiti, per superarsi nella corsa.(...) E non dall'uomo, non dalla città, ma dalla macchina forse si intitolerà il nuovo poema...>> . Ed ancora: <<...In tutta l'antichità il poeta nulla ha saputo trovar di meglio dei Titani, dei Ciclopi, di Ercole per simbolizzare un massimo compendio di energia; e cioè uomini più grossi, più membruti, più brutali di quelli esistenti, e neppure gli e' passata per il cervello l'idea di un mostro colossale e terribile, adunatore di una potenza sovrumana, quale è quello che la moderna realtà ci offre nella macchina incomparabilmente più formidabile di cento Ercoli riuniti insieme...>> .
Sin qui il tema caro alla poesia classica, il mostro mitologico vetusto e non più proponibile, mantiene la sua caratterizzazione identificandosi nei nuovi mostri del novello periodo industriale. Ma la riflessione sulla poesia nel periodo dell'industrializzazione, non si esaurisce assolutamente attraverso questo concetto, anzi: <<...Creature del fuoco ambedue: la macchina e la strofe glorificante! L'impulso formidabile dell'una si aggiungeva naturalmente a quello animatore dell'altra e niun comento appariva più idoneo al verso in cui il poeta grida la sua gioia e la sua potenza, sospinge la sua anima temeraria ai culmini dell'accessibile e crea, come per insito e oscuro vigore di terra feconda, una innumerevole stirpe di bellezza, di quel terribile e risonante sforzo prodotto dall'ordegno meccanico più gigantesco di ogni colosso vivente, di ogni mitico Titano...>> . Su questo tema lo spirito deduttivo di Morasso si ripresenta ancora profetico e riflessivo: <<...Finora non ci e' quasi possibile congiungere un quadro, una strofe, una tragedia agli atti e alle scene che si compiono in una stazione ferroviaria, in una officina elettrica, in una miniera, a bordo di un transatlantico; la poesia specialmente si e' allontanata, in una zona recondita, dal fermento delle azioni industri e qualsiasi tentativo di riavvicinamento solleva sdegni come una profanazione...>> .
Addirittura si accenna anche alla questione della lingua ed alle scienze che più hanno dato un maggiore contributo all'arte letteraria: <<...Non passera' molto tempo che romanzieri e novellatori dovranno trasformare completamente la loro terminologia più sonora e magniloquente, quella che adoperano nei momenti culminanti della narrazione; dovranno sbarazzarsi da tutto un vecchio bagaglio di modi di dire e di immagini cui finora era assicurato un grande successo di commozione, e dovranno rinnovare la loro coltura tenendosi al corrente delle nuove invenzioni, di ogni progresso, specialmente nelle scienze fisiche e chimiche. Fino ad ora, lasciando pure in disparte Sociologia, Psicologia e Antropologia, in cui tutti i letterati si credono competentissimi, la scienza che arrecava un maggiore contributo all'arte letteraria poteva ritenersi la Zoologia e particolarmente la Ippologia. (...) è col cavallo che gli artefici della parola, grandi e mediocri, hanno conseguito gli effetti più impressionanti, più memorabili, ed è il cavallo l'animale che anche nella finzione artistica sopporta il maggior peso della fantasia letteraria e ne adempie ai più numerosi offici. (...) Ma per il gigantesco sviluppo delle macchine l'allontanamento del cavallo dall'operosità sociale e' stato cosi' rapido e generale e il suo definitivo collocamento a riposo appare tanto prossimo che omai la sua permanenza nel campo artistico e particolarmente nella letteratura romantica, (...) diventa un fuori luogo, un artificio rancido, un ferravecchio inservibile e soprattutto un anacronismo in conflitto con la realtà delle cose e tra breve (...) anche col nostro sentimento...>>.
Infine tutte le descrizioni sono poesia esse stesse per la forza prorompente e convincente che Morasso sa offrire, come in questa descrizione della fonderia: <<... E finalmente la fonderia non cessa mai dal suo acre ruggito d'incendio eccitato da un uragano artificiale, non ispegne mai le vampe bianche dei suoi forni, ove freme un torvo lago di metallo, donde uscirà l'acciaio per il vomere e per la rotaia o per il cannone e per la corazza, stromenti ognor più necessari, simboleggianti oggi più che mai i due bisogni istintivi fondamentali dell'essere umano: il nutrimento e il dominio...>> .
Morasso dunque ci offre a distanza di quasi un secolo, un testo ancora fresco, attuale, inquietante per la capacita' di vedere oltre il tempo dell'innovazione tecnologica, anche se forse un po' troppo trionfalistico e truculento nel descrivere la macchina come simbolo di dinamico dominio, ma è senz'altro un manuale da leggere tra le righe per capire l'equilibrato sviluppo delle macchine nel corso dei vari cicli dell'evoluzione industriale, ed innanzi tutto per riflettere sul ruolo della letteratura di fronte alla rapida evoluzione dei ritmi tecnologici e della vita quotidiana della società moderna.